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Giuseppe NotarnicolaHealth Performance Specialist
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Stress · 4 min di lettura ·

La sera sei a casa, ma la testa è rimasta in ufficio. La giornata finisce quando la chiudi tu.

Se hai 30 secondi

  1. 1La testa resta in ufficio perché ripassa i problemi aperti, e il corpo reagisce come se fossero lì.
  2. 2La giornata si chiude con un rito: cosa resta aperto e il primo passo di domani.
  3. 3Poi muoviti, allontana la posta e nel fine settimana vai nel verde.

Sono le nove di sera. Sei a tavola, tuo figlio ti racconta la partita e tu annuisci. Intanto riscrivi a mente la risposta a quel cliente. Sabato sei al mare, con in testa la riunione di lunedì.

Il corpo è uscito dall'ufficio, la testa è rimasta dentro. Lo vedo spesso nelle persone che seguo, e quasi tutte la scambiano per dedizione. È soltanto una giornata che nessuno ha chiuso.

Come te ne accorgi

Raramente pensi al lavoro apposta. Ti ci ritrovi dentro.

  • Sei presente a metà. Ti parlano e ti fai ripetere la domanda.
  • Guardi la posta «un attimo». Sul divano, a tavola, senza niente di urgente.
  • Ripassi le conversazioni. Sotto la doccia, quello che avresti dovuto dire al socio.
  • La domenica si accorcia. A metà pomeriggio sei già a lunedì, con lo stomaco chiuso.

Perché la testa resta lì

Per il tuo corpo un pensiero vale quanto un fatto. Quando ripassi la discussione col cliente, l'allarme si riaccende e tiene alto il cortisolo, l'ormone dello stress. La discussione è finita alle sei, la reazione va avanti fino a notte: sei un'auto in garage col motore acceso.

Rimuginare sembra lavoro. Ripercorrere lo stesso problema dà una falsa sensazione di controllo: ti pare di occupartene, e giri in tondo.

Il telefono è diventato un riflesso. Arriva una notifica, guardi, trovi una piccola gratificazione. Dopo anni è un circuito che parte da solo: la mano va al telefono prima che tu decida.

Il corpo aspetta ancora di muoversi. Ogni tensione della giornata lo ha preparato ad agire, e tu sei rimasto seduto. Quell'energia resta nel collo, nella mandibola, in un'irrequietezza che il divano non scioglie.

Una giornata che nessuno chiude resta aperta fino a notte.

Come si chiude la giornata

Il lavoro di domani resta lì. Ti serve un confine che anche il corpo riconosca.

Il rito di chiusura, prima di alzarti dalla scrivania. Su carta, scrivi cosa resta aperto e, accanto, il prossimo passo. Segna cosa dipende da te. Messi per iscritto, i pensieri trovano ordine e l'allarme si abbassa. Poi chiudi il computer con lo stesso gesto, ogni sera: il cervello si calma con ciò che è prevedibile.

Se qualcosa brucia, dagli un nome. Scrivi per dieci o quindici minuti cosa è successo. Poi cosa provi, in tre parole: rabbia, paura, delusione. Dare un nome a un'emozione abbassa l'allarme. Il foglio lascialo lì, senza rileggerlo subito.

Fra l'ufficio e casa, muoviti. Dire «rilassati» a un corpo teso serve a poco, finché resta fermo. Dagli l'azione che aspettava: l'ultimo tratto a piedi, le scale, un giro dell'isolato. Sulla porta, due inspiri dal naso, il secondo corto, e una lunga espirazione dalla bocca. Da una a tre volte.

Metti un ostacolo fra te e la posta. Togli le notifiche del lavoro e sposta la posta fuori dalla prima schermata: un passaggio in più, e il gesto smette di partire da solo. Se la sera devi guardarla, scegli un momento solo, deciso prima.

Nel fine settimana, una volta nel verde. Telefono nello zaino. Ascolta i suoni, guarda i colori, senti gli odori: più ne distingui, meglio è. La natura calma il sistema che ti tiene in allerta e riduce il rimuginare. Meglio vicino all'acqua: le onde hanno un ritmo prevedibile, e il cervello abbassa la guardia.

Prova subito

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Mettiti alla prova

Sono le dieci, sei sul divano e ti torna in mente un problema con un cliente. Cosa fai?

Comincia stasera dal rito di chiusura. Chi ti aspetta a casa merita anche la tua testa. Domattina il lavoro lo ritrovi, con la mente più riposata.

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Questo articolo è divulgativo: non sostituisce il parere del tuo medico.

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